La tempesta si avvicina
“Ehi ragazzo, che ci fai ancora qui? La biblioteca chiude e anche se i tipi come te non pensano che a se stessi ti informo che anche noi custodi abbiamo una famiglia, quindi alza il culo da quello scranno polveroso, fammi controllare che tu non abbia nascosto nulla sotto quella tunica lercia e poi vai a farti un giro fuori dalle mura interne: laggiù troverai gli straccioni tuoi compari che ti faranno sentire a tuo agio...”: Bert, l'aiuto bibliotecario della grande casa del sapere di vecchia Thule, situata nell'esclusivo quartiere universitario adiacente a quello una volta denominato “della magia”, ancora non riusciva a capacitarsi di come fosse possibile che un topo di fogna di quella risma potesse starsene tutto il giorno nella prestigiosa “Sala dell'Arcano” quando l'accesso era stato negato a studiosi ben più importanti (fra cui lui stesso: la pergamena di rifiuto all'ultima sua richiesta si trovava nel cassetto più in basso della sua scrivania, e questo era il motivo principale del suo cattivo umore). Il giovane si riscosse e sbatté le palpebre stanche come una civetta: era già passata un'altra giornata e non si era reso minimamente conto delle ore che passavano. Le lagnanze del bibliotecario non lo toccavano minimamente: negli anni passati la sua condizione di orfano nelle strade dei quartieri più poveri di Thule lo aveva portato a dover sopportare prove ben più dure dei rimbrotti di un vecchio molle e grasso. Richiuse il tomo polveroso che stava ricopiando, sistemò sulla scrivania di pregiato legno di quercia la penna d'oca e gli inchiostri multicolori e dopo essersi fatto brevemente perquisire uscì per la solita strada tenendo in bella mostra a beneficio delle guardie e degli altri utenti che lo osservavano con malcelata invidia l'anello col sigillo del serpente che lo contraddistingueva come un accolito appartenente alla nobile casata Malefor. Si incamminò verso la “Rocca Incantata”, come veniva chiamato dal popolino il quartier generale dei Malefor: in realtà per quanto lui ne sapesse l'imponente ed elegante edificio non aveva niente di magico, ma nei secoli l'abilità degli architetti e degli scalpellini lo aveva reso tale agli occhi di molti. Varcando il portale sorvegliato da armigeri con l'emblema del serpente bicefalo che si morde la coda, simbolo della casata, si trovò a ricordare l'episodio che aveva cambiato la sua vita: sfuggendo da alcuni suoi coetanei a cui aveva sottratto un grasso piccione, si era trovato a nascondersi in uno scantinato da cui aveva risalito una rampa di scale per andare a sbattere contro un giovane magro e pallido, che nello scontro aveva lanciato un urlo stridulo. Il rampollo della casata Malefor era alle prese con dei giochi a base di enigmi che gli erano stati sottoposti dal precettore e che trovava particolarmente ostici: li risolse senza difficoltà guadagnandosi l'amicizia del nobile coetaneo. Il precettore sorprese i due a giocare e ridere insieme, ma non tardò a scoprire chi fosse il risolutore degli enigmi: stranamente non si arrabbiò, ma lo mise alla prova con altri quesiti fino a pregarlo di entrare a far parte della Scuola della Casa, dove il giovane si era reso conto di avere un talento innato per quel genere di cose. Adesso, dopo alcuni anni di studi, si era rivelato il migliore del suo corso ed era stato ammesso a studiare nella Sala dell'Arcano, dove si trovavano le storie mirabolanti dei suoi preferiti eroi del passato: non il prode Tharos, il letale Ken, il santo Ork o lo scaltro Slevyas, ma l'oscuro negromante elfico Allaghal e il Signore degli incantesimi Sartan, nomi che la gente comune aveva timore anche a sussurrare. Ma soprattutto aveva imparato che la sua mente era in grado di comprendere e rendere reali le formule incomprensibili vergate su quelle pergamene polverose e quando lo aveva detto al suo precettore questi non era parso sorpreso, ma si era limitato a ordinargli di mantenere il segreto, che presto il momento per cui avevano tanto lavorato sarebbe giunto e le sue doti si sarebbero rivelate preziose per la Casata, la città di Thule e per il mondo stesso. Il giovane tornò alla realtà affacciandosi alla finestra della sua piccola stanza sulla torre sud e spinse lo sguardo fuori dalla città vecchia, e ancora più lontano oltre le mura esterne: da laggiù presto sarebbe giunta una minaccia come l'ovest non aveva più affrontato da tempo. La gente di Thule non temeva l'ormai imminente arrivo dei Tartax, ritenuti barbari rozzi e non all'altezza dei prodi guerrieri dell'occidente, ma lo stesso pensavano a Tamila. Il Consiglio di guerra delle Nove Case maggiori era imminente e il suo intuito gli diceva che nei prossimi giorni molte cose sarebbero cambiate per sempre, e non soltanto nella sua vita.